2 Dicembre 2022

Tenute Dettori – Renosu Bianco e Dettori Bianco Badde Nigolosu

Quella dei vini naturali, della biodinamica, dei vini biologici e di tutto il mondo che li circonda sta diventando sempre più una questione eccessivamente “modaiola”, teoretica e filosofica, non avvallata da quello che in una degustazione dovrebbe essere il connubio quasi dittatoriale alla guida dell’intero processo, ossia l’oggettività quali-quantitativa accompagnata dal fondamentale gusto personale, che inevitabilmente personalizza il risultato rendendolo unico e differente.

Personalmente sono legato a una tipologia di vini spesso lontani dal mondo “naturale”, per cui quando mi approccio a questa categoria cerco di farlo in punta di piedi, provando a capire quanto io sia in grado di percepire le peculiarità di tali prodotti, senza entrare nell’inutile fazionismo con tendenze distruttive.

Questa “mini-orizzontale” di Dettori, sicuramente da ampliare in futuro compatibilmente con le tasche di un povero padre di famiglia appassionato come me(sigh…), mi ha regalato tanto e spinto ad approfondire l’idea di un produttore sui generis che ha saputo trascinare tutto il territorio in un calice. Mi ha catapultato letteralmente e inconsapevolmente in una realtà bella e particolare, in cui bisogna cambiare prospettiva del gusto e approcciare l’assaggio con una filosofia fortemente legata al produttore.

In degustazione due bianchi, il Renosu Bianco, un Romangia IGT da Vermentino con una piccola percentuale di moscato, e il Dettori Bianco, vermentino proveniente dal cru cult Badde Nigolosu, un anfiteatro naturale sulle colline più alte del Comune di Sennori.

Entrambi i vini portano con sè l’essenza di un forte ed indissolubile radicamento territoriale, quello con il comune di Sennori, dove il vino è parte integrante della cultura e della tradizione locale e le tecniche sono quelle tramandate di generazione in generazione. Tutta la coltivazione, sia della vigna che delle altre lavorazioni curate dalle Tenute Dettori, sono a forte trazione manuale, scevre da vincoli didattici e guidate dall’istinto del contadino, che dall’alto della sua esperienza e memore degli insegnamenti degli avi scandisce i tempi della raccolta, nel pieno rispetto della natura e del territorio.

Inutile dire che anche la cantina è all’insegna del minimalismo, con il minimo utilizzo di tecnologia, se non per le fasi di diraspatura e imbottigliamento, e con una particolare attenzione all’utilizzo di materiali che uniscano il più possibile le necessità commerciali agli imperativi ecologici.

Selezione rigorosamente manuale di tutti i grappoli fatta sul tavolo in acciaio costruito appositamente. L’uva viene diraspata ma non pigiata e viene lasciata a macerare nei tini di cemento senza aggiunta alcuna di solforosa, per una durata variabile a seconda delle caratteristiche del mosto. In cantina non viene utilizzato alcun prodotto di chimica di sintesi oltre allo zolfo, non vengono aggiunti lievi, enzimi ed ogni altro coadiuvante della vinificazione e maturazione del vino.

Il Renosu Bianco è l’essenza del vino quotidiano, grande beva, fresco e genuino, ma pur sempre con un equilibrio invidiabile.

Alla vista si presenta limpido, giallo dorato e con una buona consistenza.

L’impatto olfattivo è di grande intensità e di buona complessità, con sentori di frutta matura, di mela e melograno, una stuzzicante balsamicità con note erbacee di timo e salvia e uno sfondo di spezie dolci a completare l’interessante bouquet.

In bocca si presenta pieno, avvolgente, di decisa persistenza e con una particolare percezione pseudo-calorica regolata da una piacevole sapidità. Buon equilibrio e qualità coerente con il profilo enologico.

Ritornano imperiose le note di frutta matura e con l’avanzare dei secondi la sapidità lascia lo spazio a una leggera tendenza dolce.

L’abbiamo bevuto in un aperitivo, forse azzardando un pò, ma se rinforzato con qualche bel formaggio e qualche salume diventa davvero una bella esperienza.

Se il Renosu Bianco è l’essenza del vino quotidiano, il Dettori Bianco – Badde Nigolosu è un esaltante e complesso mix di terroir, clima, frutto e artigianalità della lavorazione. E’ uno di quei vini che ti accompagna in questo complesso mondo, dandoti la mano e trascinandoti con i suoi sentori più unici che rari.

Già alla vista trasmette potenza, con un giallo dorato dalle forti sfumature ambrate e di consistenza importante, data anche la notevole percentuale volumetrica in alcol (15,5%).

Al naso è esplosivo, qualche minuto per aprirsi e dare il meglio di se e diventa davvero inebriante, con le sue note di frutta matura, che alla lunga si percepiscono addirittura come candite, di fiori macerati e di un albicocca in confettura.

Il sorso è lunghissimo, in prima percezione velatamente tannico, caldo e abbastanza fresco. L’equilibrio, inizialmente sbilanciato per mancanza di ossigeno verso le durezze, via via raggiunge livelli alti e l’intensità è davvero notevole.

Chiude con note di scorza d’arancia caramellata complesse ed evolute.

Difficile abbinarlo, o quantomeno cercare l’ideal pairing in base alle tradizionali tecniche di abbinamento cibo-vino, certamente accompagna i pensieri e fa venire voglia di approfondire il tema con un occhio di riguardo a chi dell’agricoltura eco-friendly ne ha fatto un vero e proprio stile di vita. Dopo un primo sorso ho scelto di continuare a berlo fuori pasto, assorto nei miei pensieri…rifarei la scelta altre mille volte.

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