2 Dicembre 2022

Palari – Vini di Sicilia in visita nella murgia

Un incontro fascinoso ed estremamente interessante quello con Salvatore Geraci, anima vera dell’azienda Palari, cantina simbolo della viticoltura messinese con il grande merito di aver portato alla ribalta una DOC ormai in inesorabile decadenza, la Faro DOC a base principalmente di nerello mascalese e nerello cappuccio.

L’occasione, abilmente orchestrata dall’AIS Murgia, capitanata dall’instancabile Enzo Carrasso e dal suo grande team, ha permesso di conoscere un personaggio sicuramente eclettico ma di indubbia e palpabile concretezza e competenza.

L’incipit è stato sfavillante, con un epiteto che ha reso immediatamente l’idea di quanto il lavoro della famiglia Geraci abbia avuto come principale obiettivo quello di valorizzare un territorio dimenticato ma pregno di enorme valore potenziale…cito “quasi” pedissequamente (la memoria un po’ mi inganna):

Solo un imbecille oggi, con le tecniche e le tecnologie a disposizione, non è capace di fare il vino buono…è facilissimo! Il difficile è fare un vino che sia espressione vera del suo territorio.

Musica per le mie orecchie e atroce spunto di riflessione sulle tante realtà ancora ancorate ad una produzione unicamente quantitativa volta a denaturalizzare l’essenza primaria del vino, la finezza, il carattere, l’equilibrio, insomma tutto ciò che si rivela indispensabile affinché un vino resti vivo nella memoria di chi lo beve.

Affascinante la storia che ha visto il connubio vincente con il mito assoluto Luigi Veronelli che ha fin da subito capito le potenzialità del progetto e, senza ombra di dubbio, la caparbietà e la passione del personaggio, indirizzandolo a Donato Lanati, affermato enologo piemontese .

In un articolo il giornalista definiva il primo Palari Faro DOC prodotto come il Romanée Conti italiano, racchiudendo in un altisonante e senza ombra di dubbio impegnativo paragone le caratteristiche principali che rendono il nerello mascalese della zona di Faro di così particolare interesse, sommariamente inquadrabili in finezza, eleganza, equilibrio e longevità.

Photo Credits: AIS Murgia

La degustazione è iniziata con l’assaggio della produzione di Palari sui pendii dell’Etna, dapprima con il Rocca Coeli Bianco, nato dalla voglia di valorizzare una produzione in bianco di assoluto potenziale esaltando vitigni minori ma di grande qualità, poi con il Rocca Caeli Rosso, che ci ha permesso di apprezzare a pieno le significative differenze in vini prodotti con lo stesso vitigno prevalente, il nerello mascalese per l’appunto, ma in zone profondamente diverse. Nei calici esplode il potere del suolo vulcanico dell’Etna e si distinguono le note verdi, speziate e uno sfondo minerale che riporta alla memoria la grafite. Quindi si è passati ad una mini verticale del Rosso del Soprano (2015 e 2011), interessante bland interamente autoctono, frutto delle vigne che si affacciano sullo stretto di Messina, all’estrema punta nord-orientale della Sicilia. Entrambi i vini di piacevole freschezza ed armonia, sono caratterizzati, nonostante l’età, da un frutto fragrante e un sorso pieno e carazzevole, con un tannino sapientemente domato dal breve e sapientemente dosato passaggio in legno.

Il resto della serata è dedicato a una straordinaria verticale del portabandiera dell’azienda, il Palari Faro DOC, nelle sue annate 2015, 2014, 2013, 2012, 2011 pregna di diversità come solo i vini profondamente territoriali e poco industrializzati sanno fare(Palari non fa uso di processi di processi di chiarificazione e filtrazione e si concentra su basse rese e il sapiente e coscente uso della barrique). Di un rosso rubino perfettamente luminoso e tipicamente poco carico, ogni calice a modo suo esalta fin da subito un’eleganza fuori dagli schemi, accompagnata da una freschezza disarmante anche nelle annate più retrò e un equilibrio che fa storia a se. Le note di piccoli frutti rossi, che man mano assumono note dolciastre quasi da confettura, si susseguono a note balsamiche e sentori evoluti di tabacco, cioccolato, caffè con un delicato e piacevole sfondo etereo. Il sorso si lascia amare, coccola il gusto in un mix equilibrato di pseudo-calore, freschezza e un tannino didatticamente leggiadro.

La chiusura è di quelle cosiddette “col botto”, con il Santa nè, frutto delle vigne più vecchie della famiglia Geraci coltivate con “a francisa” (vitigno a cui si riconduce presumibilmente una variazione genetica del cabernet), commercializzato in pochissime bottiglie che il poliedrico Geraci riserva alle migliori occasioni e che ci ha onorato di annoverare nel nostro bagaglio esperienziale.

Una delle più belle degustazioni fatte finora, che mi ha permesso di scoprire un vitigno sconosciuto e che mi ha affascinato come pochi, un personaggio di incredibile carisma e invidiabile successo e, soprattutto, una sfumatura dei miei gusti nascosta nei meandri delle bevute quotidiane. Ad majora!

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